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Cadono pali d'acciaio qui intorno:
mi circondano, intrappolandomi.
Cingono così una gabbia attorno:
mi priva d'aria, imprigionandomi.
Non scorgo via di fuga qui intorno:
sono in trappola, fuggir non posso;
sono sigillato, con tutt'attorno
crani incarnati, con abiti addosso,
che mi scorrono fluidi qui intorno,
creando come un fiume di morti
viventi; automi mi passano attorno,
sembra, ma ancora non son morti,
come un qualunque altro umano,
né sono in nessun modo risorti.
Ma loro comunque mi accerchiano,
senza notare prigione né catene.
Passano queste strade e pensano,
senza usare ragione né sapere.
Passo dopo passo, eccoli passano:
uno dopo l'altro, fantocci inermi;
ma non lo fanno per loro peccato
né colpa, pupazzi lo son stati resi.
Perché davanti all'immenso vuoto,
che in noi questa società ci scava,
è arduo continuar il proprio nuoto:
star a galla è un peso che grava
su noi e, purtroppo, su noi soltanto,
perché da noi stessi nessun mai salva.
È in questa maniera, che sognando,
ci illudiamo che ci sarà un salvatore,
ma nei peggio luoghi andiam cercando,
una lieta, vera e definitiva evasione.
Così finiamo miseramente trovando
nuove gabbie da cui dover evadere:
non c'è salvezza per chi va tentando,
ma c'è delusione per chi vuol sperare.